Felice Bet, nato il 16 novembre 1928, abitava in via del Fante 15 a Pordenone.
Fu dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 che, a soli quattordici anni, decise di raggiungere il sud della penisola italiana per unirsi agli Alleati, ma senza successo, poiché non riuscì ad oltrepassare il fronte di Cassino.
Tornato a Pordenone, entrò a fare parte della Brigata Partigiana Garibaldi.
Il 7 gennaio 1945 incontrò un suo ex compagno di scuola, entrato nella milizia fascista, che lo riconobbe e lo fece arrestare con l’accusa di essere un partigiano e un sovversivo. Venne quindi portato alle Casermette, uno dei luoghi di Pordenone in cui prigionieri e sospettati venivano sottoposti a tortura, dove fu interrogato e seviziato per due giorni.
Quando il padre e la sorella poterono finalmente vederlo, era irriconoscibile, una maschera di sangue. Il suo fazzoletto insanguinato venne dato ai familiari come “ricordo”.
ll 9 gennaio venne rinchiuso nel Carcere di Pordenone su ordine delle Brigate Nere, a disposizione del Comando Militare Tedesco, che ordinò che fosse tradotto al Carcere di Udine, dove giunse il 31 gennaio.
Da qui salì su uno dei treni per la deportazione, diretto al Campo di concentramento di Mauthausen, dove arrivò il 7 febbraio e da cui non fece ritorno.
La pagina del Libro del Carcere di Pordenone di Felice Bet (matricola 3058).
Nel 1953 il padre fece richiesta di “Pensione privilegiata di guerra”, in quanto il “Volontario per la Libertà BET FELICE... già appartenente alla Brig. N. BIXIO-Div. N. Nanetti è stato riconosciuto PARTIGIANO DISPERSO con anzianità dal 16.8.1944 al 6.1.1945” dall’apposita Commissione Regionale triveneta del Ministero per l’Assistenza Post-bellica.